L’avvocato Agnelli ne parlava con sufficienza. Boniperti, invece, non perdeva occasione per tesserne le lodi, preferendolo persino a Platini. Lui è Beppe Furino, il “Furia” come lo ribattezzò Vladimiro Caminiti all’epoca del suo primo anno in serie A con la maglia del Palermo. Quel soprannome gli rimase affibbiato anche tornò Juventus per uscirne, dopo quasi 15 anni, con le scarpette al chiodo, il record di otto scudetti vinti (detenuto insieme a Ferrari e Rosetta), due coppe Italia, una coppa Uefa e una Coppa delle Coppe. Il “furia” oggi compie 66 anni: è nato a Palermo il 5 luglio del 1946. Dal 1969 al 1984 ha difeso e onorato la maglia della Juventus: una vita fatta di 361 presenze ricolme di rincorse, contrasti, battaglie nei campi fangosi e allori tricolori nei tanti pomeriggi di gioia. Ha guardato le spalle a Causio, a Bettega, a Brady, a Platini: la ribalta del palcoscenico spettava a loro, ma l’impalcatura dei successi si poggiava sui polmoni d’acciaio e sulla grinta feroce di quel ragazzo orgoglioso di venire dal Sud, e che tutt’oggi si sente fieramente siciliano dopo cinquant’anni vissuti in Piemonte. Lui è stato il cuore pulsante della Juventus per 15 anni: gli esteti della carta stampata lo guardavano storcendo il naso, i tifosi lo adoravano. Forse per questo motivo non è andato oltre le tre presenze con la maglia dell’Italia, sacrificato su un non meglio precisato altare degli improvvisati “esteti” del calcio. Beppe Furino era la spina dorsale della squadra, correva per tutti, difendeva ed attaccava con una continuità davvero impressionante. Un esempio di come la grinta e l’abnegazione possano sopperire alle mancanza di eccelse doti tecniche. Boniperti diceva che “Furino ha due cuori”, per quanto correva: paradossalmente, la sua carriera in bianconero imboccò il viale del tramonto proprio quando arrivo Platini, anche se Trapattoni gli diede ancora ampio spazio. L’Avvocato Agnelli disse che «è inutile avere Platini, se il gioco passa attraverso i piedi di Furino». Eppure lo stesso Furino, in una intervista di parecchi anni dopo, chiarì questo aspetto: « Qualcuno ha voluto metterci l’uno contro l’altro (riferendosi ai giornali, ndr). Dicevano che non volevo passargli il pallone. Che fesseria! La verità è che quando Platini arrivò alla Juve non era in forma. Ha impiegato mesi per ambientarsi, forse un tempo eccessivo. Ma se non giocava bene, non era certo per colpa mia».

