Il Bolero ha un incedere lento ma incessante: la sinfonia si arricchisce man mano di elementi che contribuiscono al delirio finale in cui il ritmo diventa ossessionante, stordisce e affascina. La struttura dell’opera resta sempre uguale a sé stessa, cioè che aumenta è l’intensità, mentre la sua potenza si sprigiona inarrestabile. Il Bolero, danza spagnola di fine ’700, potrebbe tranquillamente far da colonna sonora all’Europeo dell’Italia. Partenza lenta, crescendo implacabile: una danza che potrebbe travolgere i suoi stessi inventori nel teatro dell’Olimpico di Kiev, domenica sera.
CESARE, AVEVI RAGIONE TU. L’onestà deontologica pretende sincerità: nessuno, in questa sede, credeva in questa Italia e nelle scelte di questo allenatore. In venti giorni Cesare ha strappato alle critiche ciò che gli apparteneva, costringendo tutti a togliersi il cappello davanti ad un risultato che affonda le sue radici in due anni di lavoro onesto, capace e coerente. La rifondazione azzurra, iniziata dopo il disastro sudafricano, è andata avanti su basi precise, con un modello dichiarato: la Spagna.
LA PICCOLA RIVOLUZIONE DI PRANDELLI. Quella di Prandelli non è la solita Italia: non più difesa e contropiede, ma palla a terra e ricerca continua della profondità. Non più solo grinta e nervi saldi, ma calma olimpica e trame di gioco limpide gestite dall’ormai leggendario pianista dei campi verdi, al secolo Andrea Pirlo. Il sogno barcelloniano ha affascinato l’Europa del calcio e vanta imitatori in ogni angolo del globo, Prandelli fa parte di quelli che ne hanno carpito i segreti e sono riusciti ad adattarli al materiale umano a disposizione. Una piccola rivoluzione nel paese del catenaccio, tattica che, nonostante le smentite di rito e gli aggiornamenti obbligati, vanta ancora tanti sostenitori tra le folte schiere dei depositari di sapienza calcistica del tubo catodico (ora schermo piatto, ma fa lo stesso…). Via di mezzo tra Guardiola e Zeman, carismatico il giusto e simpatico quanto basta, Prandelli ha invertito la rotta “conservativa” dei ct dell’Italia pur mantenendo intatta la sagacia tattica e la duttilità tipicamente italiane. In due anni ha dato una fisionomia precisa a questa nazionale, piaccia o meno: ha scritto un progetto e l’ha seguito fino in fondo. Anche questo, a prescindere dai risultati, è un merito.
IL TRIONFO DI VARSAVIA. La gara contro la Germania è stata il trionfo di Prandelli. La scelta di non allargare il gioco sugli esterni rappresenta l’esempio più lampante del concetto di “far di necessità virtù”. L’attuale generazione di calciatori italiani pecca di esterni: non era da Chiellini, ormai fuori ruolo sull’out sinistro, e da Balzaretti schierato a destra, che bisognava aspettarsi sgroppate in avanti. La consegna è stata precisa: tenere la posizione e arginare i pericolosi dirimpettai, stringendo al centro ove necessario per aiutare tutto il reparto (in due occasioni Balzaretti ha disegnato delle diagonali difensive perfette oltre che fondamentali).
Il gioco è transitato tutto per il centro. La genialità di Prandelli si può sintetizzare nella capacità di rendere briosa una manovra che non poteva per forza di cose essere allargata. L’abilità finalmente mostrata da Montolivo, la puntualità di Cassano nel venire incontro e la maestrìa di Pirlo, hanno creato un triangolo in cui sono stati risucchiati i temutissimi trequartisti teutonici. Oltre naturalmente al fenomeno-guascone Balotelli, che ha garantito profondità e gol.
GIU’ IL VELO. È stato come un velo improvvisamente tolto da un segreto di stato: le motivazioni delle scelte di Prandelli, intuibili dopo il match con l’Inghilterra, sono finalmente risultate chiare a tutti. La difesa a spada tratta di Balotelli, l’utilizzo part-time dello “spacca-partita” di Diamanti, la titolarità indiscutibile di Cassano, l’utilizzo di Balzaretti a destra che ha annullato chiunque gli capitasse a tiro. Senza dimentica l’uomo-ovunque De Rossi e la zanzara Marchisio, verbo nerbo di questa Italia che persino atleticamente è sembrata più fresca dei rivali. Senza contare l’abilità del ct nell’individuare i punti deboli della Germania: Cassano ha puntato e puntualmente saltato Boateng, Balotelli ha messo in crisi soprattutto Badstuber. Una strategia studiata a tavolino e messa in pratica senza sbavature. Complimenti, Cesare.
